Ci vuole calma e sangue freddo

Proviamo a mantenere la calma. Esercizio difficile per chi, come me, vive il calcio seguendo umori estremi: bellissimo o bruttissimo, senza mediazioni. Ma esacerbare gli animi in un momento come questo, con lo Spezia in serie A, cioè nel punto più alto della sua storia, non serve a nessuno. La cosa peggiore che ci possa succedere è tornare in B, l’importante è che ciò accada, se così dovrà essere, avendo combattuto. Tutti assieme.

Primo punto, la classifica. E’ pessima: 8 punti in 11 partite restituiscono una media che non consentirebbe di raggiungere nemmeno i 30 punti, portando la squadra a un’inevitabile retrocessione. Su questo piano non c’è nulla da salvare: il piatto piange e così non va. Analizzando la qualità degli avversari affrontati finora, i cronici problemi di formazione e un pizzico di malasorte, emerge però qualche motivo di fiducia: giocando come lo Spezia ha dimostrato di saper fare in diverse circostanze è possibile immaginare una piccola riscossa? Probabilmente si.

Altro dato interessante, i gol subiti: anche in questo caso da salvare non c’è nulla di nulla. 26 reti incassate in 11 partite sono un piccolo record che pone lo Spezia nella non invidiabile posizione di peggior difesa del campionato. Da cosa dipende questa condizione? Da una parte ci sono i 10 gol presi in due partite choc, in casa della Lazio e dell’Hellas; dall’altra c’è un sistema di gioco iper offensivo e talvolta scriteriato che non sembra del tutto compatibile con le ambizioni di salvezza della squadra. E’ vero che dicevamo le stesse cose l’anno scorso ma, a differenza dello Spezia di Vincenzo Italiano, quello di Thiago Motta è molto meno solido, continuo, non ha la stessa identità.

Ed è quest’ultimo l’aspetto che mi preoccupa di più. Italiano confermava a testa alta il suo stile di gioco in tutti i campi, anche a costo di prendere qualche sberla: era un atteggiamento vincente perché non snaturava mai la disposizione della squadra e consentiva quel calcio ‘a memoria’ che è utilissimo nel sopperire le mancanze tecniche dei singoli giocatori. Thiago Motta, invece, non ha ancora realmente trovato il ‘suo’ Spezia e questo, al netto delle assenze che hanno funestato questo inizio di stagione, è oggettivamente un problema. Così come trovo sia un problema credere, come pare che Thiago Motta creda, che un giocatore valga l’altro, che un ruolo valga l’altro. E così si ha Gyasi terzino, una coppia di mediani che mediani non sono, attaccanti diversissimi nelle caratteristiche che dovrebbero fare lo stesso lavoro. Questo non va bene e i risultati lo dimostrano.

Queste problematiche sono sufficienti per alimentare il partito dei #Mottaout? Secondo me ancora no. E ho aggiunto l’avverbio di tempo perché il giudizio, in un campionato che corre ed emette sentenze, non può essere immutabile. Se analizziamo la squadra dobbiamo convenire che società e dirigenza hanno giocato un grosso azzardo, riempiendo la rosa, parafrasando certi colleghi più bravi di me, ‘con i migliori prospetti nella loro fascia d’età’. Si tratta, in sostanza, di talentuosi ragazzini senza alcuna esperienza nei campionati top, con la necessità di maturare e crescere: per compiere questo percorso serve il tempo per sbagliare, un’esigenza che Riccardo Pecini deve necessariamente avere messo in conto. Se Colley, Antiste, Strelec, Kovalenko un giorno sembrano fenomeni e l’altro grammi è colpa dell’allenatore? Probabilmente no. E’ colpa dell’età, dell’inesperienza, della necessità di adattarsi a situazioni sconosciute. Ricordo di avere visto dal vivo il primo Dybala a Palermo o un esordiente Mustafi alla Samp e di averli giudicati inadatti alla serie A; persino Goran Pandev allo Spezia, in serie C1 per altro, spesso sembrava un pesce fuor d’acqua (qualcuno ricorda il dualismo con Aco Stojkov, presto sparito dai radar del calcio che conta, che sembrava il più bravo dei due?). La stessa cosa può capitare ai giovani talenti d’oggi: magari Antiste tra 5 anni giocherà nel Real Madrid ma oggi deve avere il tempo di sembrare scarso. Un allenatore diverso da Thiago Motta potrebbe supplire meglio a questa necessità?

La domanda è retorica e la risposta è ‘probabilmente no’. Però il tecnico italo brasiliano non può sentirsi al sicuro perché le scelte sono le sue e gli errori anche. Lo Spezia, a mio giudizio, deve ripartire dalle sue poche certezze e lavorare su quelle: Provedel (che anche a Firenze è stato decisivo), Maggiore (che non ha le qualità per fare il mediano davanti alla difesa e deve tornare a fare la mezz’ala, dove si esprime al meglio), Gyasi (che si può anche sacrificare per la causa ma vederlo terzino è un delitto), Nzola (che va aiutato). Nell’attesa di recuperare in pieno Amien, Reca e Bourabia, senza dimenticare l’apporto dei vari Erlic (che fin qui è stato impiegato col contagocce), Nikolaou, Verde (perché ultimamente gioca così poco?).

Ma Thiago Motta sa che la fiducia, nel suo lavoro, è sempre a termine ed è quindi giusto che nelle segrete stanze la società faccia le sue valutazioni. Che non possono, però, essere raffazzonate: serve, eventualmente, un allenatore capace di far crescere i giovani, di valorizzarne le qualità e che non sia egli stesso una scommessa. Con tutto il rispetto, per esempio, di Colantuono, che a Salerno ha sostituito Castori, non è di un profilo del genere che lo Spezia ha bisogno. Thiago Motta è parte integrante di un progetto giovane e spregiudicato: rinnegare lui rischia di essere la negazione dell’intera idea di squadra. Un salto che va ponderato con grande attenzione.

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